Cover boy, un film di Carmine Amoroso

15 marzo 2010

Ciak a Roma, protagonisti un precario e un extracomunitario

«Cover Boy», storia di due poveri in un film con Luciana Littizzetto


ROMA – Nel cinema italiano, come in tutto quello europeo, si affacciano sempre più spesso temi sociali e neorealistici basati perlopiù sugli incroci di storie di extracomunitari. In Cover Boy-L’ ultima rivoluzione, che si gira in uno dei piu antichi e popolari quartieri romani, quel Mandrione dove Rossellini e Pasolini trovarono tante verità sociali e ambientali di Roma città aperta ed Accattone, la sceneggiatura fa incontrare un ragazzo romeno e un giovane uomo italiano. Ioan (Eduart Gabia, che è davvero romeno ed è un coreografo danzatore) e Michele (Luca Lionello) si conoscono alla stazione Termini. Ioan cerca nei bagni pubblici di lavarsi, è arrivato in Italia con molti sogni e il ricordo del padre idealista ucciso durante gli avvenimenti che nel dicembre 1989 portarono alla caduta di Ceausescu. Michele è un precario in una impresa di pulizie, si sente superiore al romeno, lo tratta con violenza perché sporca il bagno appena pulito. Racconta il regista Carmine Amoroso (ha diretto Come tu mi vuoi con Monica Bellucci e Vincent Cassel): «Michele con orgoglio non dice che è un precario, ma i due diventeranno amici e un letto sarà offerto in subaffitto al romeno. Diana-Luciana Littizzetto è “la padrona di casa”, una patetica generica del cinema, che a sua volta nasconde la verità su quella misera stanza subaffittata a Michele per sopravvivere. Ambienti, destini, verità che sempre più spesso ci scivolano al fianco, nelle strade, sugli autobus… Quando la Romania nel 2007 entrerà in Europa, ci porterà tanti sogni e bisogni di un popolo che parla una antica lingua latina». Dice Luciana: «La storia è narrata ora con toni da commedia ora con accenti amari. La mia eccentrica e vinta Diana, con l’ unica compagnia di un vecchio bassotto, è di per sé una creatura che induce al sorriso, ma anche lei è una delle comparse di un Paese che finge di non vedere ormai troppe cose di questo Occidente travagliato». Il regista: «Si ritrovano, fianco a fianco, italiani ed extracomunitari: uomini delle pulizie, lavavetri. Chi arriva da una povertà estrema crede di poter trovare in Italia una società di consumi per tutti. E, invece, assistiamo alla moltiplicazione dei profitti, da una parte, e dall’ altra a una soglia di povertà sempre più alta, gli esclusi dalla società dei consumi». Si accende un dibattito sul set, nell’ antica casa color ocra del Mandrione, di fronte a quell’ acquedotto romano alle cui falde un tempo sorgevano baracche e ora costruzioni diverse, ma sempre abusive. Luciana: «Il concetto di precariato oggi vale anche per gli operai della Fiat. Il film mi è piaciuto per la forza della sua sceneggiatura. Sì, credo che si possa ridare una funzione sociale al cinema». Chiara Caselli nel film è un Oliviero Toscani al femminile, ex fotoreporter di guerra in Romania. Trasforma Ioan nel modello di una campagna pubblicitaria choc, portandolo a Milano (il film è stato girato anche durante le sfilate di moda). Michele perde il lavoro, si allontana il sogno-percorso a ritroso di aprire con Ioan «un bar sul delta del Danubio, uno dei posti più belli del mondo». Dice Lionello, che a Venezia si vedrà nel film di Abel Ferrara: «Ioan e Michele escono da due trasformazioni: il crollo dell’ ideologia comunista, il mito di un capitalismo che si basa sulla competitività e l’ inasprimento della disuguaglianza. A perdere in questa nuova realtà sono tutti». Giovanna Grassi

Grassi Giovanna

Pagina 39
(30 luglio 2005) – Corriere della Sera

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