A basso costo e in digitale, ma di qualità, il film di Carmine Amoroso

“Cover boy”, film attualissimo
su giovani emigrati o precari

di ROBERTO NEPOTI

 

Per essere un film low-budget girato con telecamera digitale, Cover boy si comporta come un piccolo kolossal. Comincia con sequenze ambientate durante la caduta del regime di Ceausescu, quando il padre di Ioan, il protagonista, viene ucciso sotto gli occhi del bambino. È costellato di flashback che allargano il respiro della storia a una dimensione più corale e, insieme, intima. Rappresenta una delle (non molte) prove tangibili del fatto che il nostro cinema può uscire dall’asfittico circuito due-camere-e-cucina in cui tende ciclicamente a rinchiudersi.

La storia prosegue con Ioan che, cresciuto, arriva in Italia alla ricerca della proverbiale vita migliore. Non la trova, naturalmente: senza permesso di soggiorno, deve sfuggire ai controlli di polizia, lavare vetri, tirare la cinghia. Un suo connazionale vorrebbe introdurlo alla prostituzione, ma il ragazzo tutela sempre una sua, non negoziabile, dignità. Trova un amico, però: Michele, quarantenne di Lanciano emigrato a Roma e precario da sempre. Inizialmente l’italiano diffida, aggrappandosi ai pregiudizi sugli immigrati come ladri di lavoro; poi offre ospitalità al ragazzo, in cambio di un piccolo contributo alla pigione. I due si arrangiano come possono, mentre nasce un sogno: accumulare qualche risparmio e aprire insieme un ristorante sul delta del Danubio.

L’idea di migrazione alla rovescia, originale di per sé, trova ostacoli a catena. Michele perde anche il misero impiego da lavapavimenti; Ioan quello, in nero, da meccanico, che pure sa far bene. Un giorno Ioan conosce una fotografa, che lo porta a Milano per sfilate “fashion” di extracomunitari, lo introduce alla bella vita e gli dà soldi, con cui il ragazzo si compra la Mercedes d’occasione che vagheggiava. Sarà mica vero che gli extracomunitari (come dice un personaggio) stan meglio di noi? Ma neanche per sogno… La fotografa non vuol altro che sfruttare il corpo del ragazzo, nel proprio letto e nella pubblicità fintamente buonista. Frattanto Michele, di nuovo senza lavoro, s’è ridotto a offrire medagliette in piazza San Pietro.

Se il film sembra più grande del suo budget, è anche perché Carmine Amorso manovra il formato digitale HDV con un occhio non televisivo, ma cinematografico. Ne esce un’operina convincente, che racconta storie di solitudini (di Ioan e Michele, ma anche della loro padrona di casa, “amichevole partecipazione” di Luciana Littizzetto) mentre aggiorna, in chiave culturale italiana, il repertorio consolidato del film di strana-coppia. Fornendone una versione tantopiù personale, perché collocata su un preciso sfondo sociopolitico.

Non fa meraviglia che, tra i premi vinti in vari festival internazionali, Cover boy abbia ottenuto quello di miglior film al Festival Politico di Barcellona. Non lancia parole d’ordine né declamazioni, beninteso; e tuttavia il messaggio è forte e chiaro. Come testimoniano la voce di papa Ratzinger e quella di Sivio Berlusconi, in uno dei discorsi in cui (fino a qualche tempo fa) smentiva l’esistenza della crisi economica.

(Repubblica 21 marzo 2008)


Ciak a Roma, protagonisti un precario e un extracomunitario

«Cover Boy», storia di due poveri in un film con Luciana Littizzetto


ROMA – Nel cinema italiano, come in tutto quello europeo, si affacciano sempre più spesso temi sociali e neorealistici basati perlopiù sugli incroci di storie di extracomunitari. In Cover Boy-L’ ultima rivoluzione, che si gira in uno dei piu antichi e popolari quartieri romani, quel Mandrione dove Rossellini e Pasolini trovarono tante verità sociali e ambientali di Roma città aperta ed Accattone, la sceneggiatura fa incontrare un ragazzo romeno e un giovane uomo italiano. Ioan (Eduart Gabia, che è davvero romeno ed è un coreografo danzatore) e Michele (Luca Lionello) si conoscono alla stazione Termini. Ioan cerca nei bagni pubblici di lavarsi, è arrivato in Italia con molti sogni e il ricordo del padre idealista ucciso durante gli avvenimenti che nel dicembre 1989 portarono alla caduta di Ceausescu. Michele è un precario in una impresa di pulizie, si sente superiore al romeno, lo tratta con violenza perché sporca il bagno appena pulito. Racconta il regista Carmine Amoroso (ha diretto Come tu mi vuoi con Monica Bellucci e Vincent Cassel): «Michele con orgoglio non dice che è un precario, ma i due diventeranno amici e un letto sarà offerto in subaffitto al romeno. Diana-Luciana Littizzetto è “la padrona di casa”, una patetica generica del cinema, che a sua volta nasconde la verità su quella misera stanza subaffittata a Michele per sopravvivere. Ambienti, destini, verità che sempre più spesso ci scivolano al fianco, nelle strade, sugli autobus… Quando la Romania nel 2007 entrerà in Europa, ci porterà tanti sogni e bisogni di un popolo che parla una antica lingua latina». Dice Luciana: «La storia è narrata ora con toni da commedia ora con accenti amari. La mia eccentrica e vinta Diana, con l’ unica compagnia di un vecchio bassotto, è di per sé una creatura che induce al sorriso, ma anche lei è una delle comparse di un Paese che finge di non vedere ormai troppe cose di questo Occidente travagliato». Il regista: «Si ritrovano, fianco a fianco, italiani ed extracomunitari: uomini delle pulizie, lavavetri. Chi arriva da una povertà estrema crede di poter trovare in Italia una società di consumi per tutti. E, invece, assistiamo alla moltiplicazione dei profitti, da una parte, e dall’ altra a una soglia di povertà sempre più alta, gli esclusi dalla società dei consumi». Si accende un dibattito sul set, nell’ antica casa color ocra del Mandrione, di fronte a quell’ acquedotto romano alle cui falde un tempo sorgevano baracche e ora costruzioni diverse, ma sempre abusive. Luciana: «Il concetto di precariato oggi vale anche per gli operai della Fiat. Il film mi è piaciuto per la forza della sua sceneggiatura. Sì, credo che si possa ridare una funzione sociale al cinema». Chiara Caselli nel film è un Oliviero Toscani al femminile, ex fotoreporter di guerra in Romania. Trasforma Ioan nel modello di una campagna pubblicitaria choc, portandolo a Milano (il film è stato girato anche durante le sfilate di moda). Michele perde il lavoro, si allontana il sogno-percorso a ritroso di aprire con Ioan «un bar sul delta del Danubio, uno dei posti più belli del mondo». Dice Lionello, che a Venezia si vedrà nel film di Abel Ferrara: «Ioan e Michele escono da due trasformazioni: il crollo dell’ ideologia comunista, il mito di un capitalismo che si basa sulla competitività e l’ inasprimento della disuguaglianza. A perdere in questa nuova realtà sono tutti». Giovanna Grassi

Grassi Giovanna

Pagina 39
(30 luglio 2005) – Corriere della Sera

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